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Data: mercoledì 16 giugno 1999 18.41
Oggetto: ritorno a casa

Credevate di esservi liberati di me!
Eccovi invece le impressioni e le verifiche tre giorni dopo il ritorno a casa.
Non è stato un trauma... nonostante due settimane vissute nella cultura albanese, il ritorno in una città occidentale non mi è pesato. Non ho avuto problemi di "rigetto da cemento" e neanche a reinserirmi in un lavoro pieno di computer, telefonini e ore davanti allo schermo. Una cosa però ho colto ieri girando per il centro: la gente. (stavo andando a ritirare le diapo). Tutti questi bambinetti vestiti per benino, con i cappellini per il sole, le scarpine pulite. Tantissimi passeggini.
Raffrontandolo con il campo il divario è notevole. Là i bambini se non camminano stanno ancora nelle culle, fasciati come salamotti, altrimenti se ne scorrazzano in giro, traballanti, magari senza neanche delle scarpine. Tutti belli pieni di terra e con dei moccoloni da concorso ai nasi. Mi verrebbe da dire "liberi" anche se il termine potrebbe dare adito ad un sacco di discussioni.
Il fatto di essere ritornato alla mia vita così facilmente penso sia dovuto al fatto che non avevo mica lasciato la mia vita, semplicemente ho fatto altro per un paio di settimane. Sicuramente con il corso del Pime e l'esperienza in India ho imparato ad inculturarmi bene, cioè ad integrarmi nelle culture e nei posti dove vado. Non tanto a travestirmi da Albanese, sarei ridicolo, ma piuttosto ad accettare la gente, il modo di vivere, la cultura e, perché no, le differenze meteorologiche... E questo accettare le diversità, anche se è una cosa che in una civiltà "moderna" e "civile" dovrebbe essere pane quotidiano in realtà è estremamente difficile, soprattutto nella vita quotidiana quando ci si scontra con degli interessi personali e intimi, ad esempio il fatto di non avere sempre a disposizione l'acqua per farsi la doccia...
In queste due settimane ho semplicemente fatto il lavoro che mi si poneva davanti, così come faccio ora. L'importate è stato inserirmi nelle situazioni. Mantenendo tuttavia la mia personale identità. Il fatto di infilarsi nella vita albanese non mi ha fatto cambiare idea sulle macchine rubate o sul mestiere dello scafista (cose perfettamente normali in Albania) ma semplicemente accettare questo come cultura diversa. Anche se è particolarmente stonato con i miei principi. Quello che posso fare è vivere lì, in quel contesto, secondo i miei principi, e con questo testimoniare alla gente un altro modo di vita. (sono troppo filosofico?)
Ritengo sia stata una fortuna essere stato parte del progetto Indaco al posto dell'Arcobaleno, giusto perché l'Indaco prevede questo inserimento tra la gente, mentre per quanto ho visto l'Arcobaleno era molto più in dare alla gente. Il fatto di lavorare in un campo albanese voleva dire essere alle loro condizioni, rispettare le loro regole, mentre l'Arcobaleno, essendo tutto italiano, voleva dire che eravamo noi a dettare le regole e i profughi dovevano rispettarle. E questa è un'enorme differenza che, se io colgo appena, la gente deve sentire tantissimo.
Quello che vi scrivevo dei bambini all'Arcobaleno che ci offrivano le caramelle è un indizio interessante. Alcuni scout che sono stati lì a fare servizio mi dicevano appunto che i rapporti con la gente erano molto pochi rispetto a quello che si fa al Pellicano, mentre lì si veniva salutati da tutti, ma in maniera meccanica, al pellicano la gente ci salutava da sola solo se già ci conosceva (comunque ai nuovi bastava comunque un sorriso, un saluto e subito si veniva "integrati"). Un altra cosa che mi raccontavano era il fatto delle caramelle come unico argomento di contatto con l'italiano (parlo dei bambini, di cui ho esperienza). Quando non c'erano caramelle l'incontro finiva. Ma alla risposta (che non c'erano caramelle) in lingua albanese il bambino rimaneva un attimo perplesso e tentava un approccio diverso, come se avesse scoperto un altro tipo di relazione con il volontario. (sono episodi che riporto, raccontatimi dagli scout di là)
Già qualcuno mi ha chiesto come può rendersi utile, come fare a mandare qualcosa giù. Il fatto di avere un punto di contatto sicuro e di sapere dove va di preciso a finire quello che si dà rende la gente più "generosa".... quello che posso dirvi è di leggere ogni tanto le pagine Web del progetto Indaco, su cui trovate spesso aggiornamenti di come va il campo (dalle comunicazioni dei contingenti), i bisogni del campo aggiornati (cambiano molto velocemente), gli indirizzi e le modalità su come rendersi utili dall'Italia. L'indirizzo della pagina per chi l'ha dimenticato è http://www.unitekno.com/indaco/main.html
Vi saluto ancora e se un giorno ritornerò (può essere...) ricomincerò a riempirvi la casella di racconti
un abbraccio
Luca


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