Data: 2 maggio
Oggetto: Luca nella bottega del falegname

Carissimi,
l'ultima mail ho visto che ha suscitato alcune interessanti reazioni. Non temete, non sono sull'orlo di una crisi nervosa, neppure penso di scappare e tornarmene in Italia (anche perché pare che la primavera tardi ad arrivare). I rari momenti di nostalgia vertono generalmente sul cibo (e bevande), sulle montagne o sulle connessione ad internet con linea dedicata. Solo avevo voglia di scrivere una mail un po' più personale, visto che mi è stato detto che sono sempre molto "romanzesco" ma si capisce poco che cosa faccio realmente e come mi sento. In questa mail cercherò di spiegare un po' come sono finito qui e cosa faccio nella mia vita quotidiana.

Quando partii nel lontano settembre 2002 il mio destino era Manaus (capitale dell'Amazonas, uno dei 26 stati che compongono la repubblica federativa del Brasile, nel pieno centro della foresta amazzonica) per studiare la lingua. Mi fermai per quasi tre mesi, il tempo giusto per riempirmi il sacco (qui si dice così) e per vedere cambiata la mia destinazione finale: il progetto iniziale mi prevedeva come animatore giovanile nell'area indigena Sateré-Mawé dal lato del rio Andirà e nella città di Barreirinha, la prima città "civilizzata" che si incontra lungo il fiume, dove risiedono parecchi ragazzi indios per studiare. O almeno, questo mi pare di ricordare. In effetti, non è che ci fosse un progetto ben definito, qualcosa di scritto, come un mansionario o un elenco di attività specifiche che avrei dovuto seguire (questo farà impazzire la mia capo). Non c'era nessuno che già stava facendo quello che sarei dovuto andare a fare, era da inventarsi un po' il tutto, insieme con un padre del Pime che lavorava nell'area indigena e che avrei dovuto affiancare. A pensarci adesso, in quei tempi la pietà celeste (quella che ci affida gli angeli custodi) deve aver lavorato parecchio per far sì che il mio cammino deviasse più a sud-ovest, per l'esattezza Maués.
Città conosciuta a livello internazionale per il suo Guaranà (Paullinia Cubana var. Sorbilis), ha un'area municipale grande circa come la Lombardia e nei suoi confini è compresa una parte dell'area indigena Sateré-Mawé, quella raggiungibile dai fiumi Marau e Urupadì. Ogni comunità indigena ha una scuola con due professori che danno aula dalla prima alla quarta serie (equivalente alla nostra elementare) e se un alunno desidera continuare gli studi è obbligato a venire in città. C'è chi ha parenti o famiglie che lo accolgono ma non tutti sono in questa condizione, per questo otto anni fa è stata creata la "Casa degli studenti Sateré-Mawé" che ospita attualmente una ventina di ragazzi. A scuola vanno di sera (in Brasile le scuole sono su tre turni, mattutino, pomeridiano o serale, perché ci sono moltissimissimi studenti e poche aule e professori in rapporto), il pomeriggio è riservato allo studio personale e ai compiti mentre al mattino si lavora. Oltre ai 20 ragazzi infatti alla casa vivono galline, anatre, conigli, faraone, maiali, tartarughe (di terra e di acqua), coccodrilli, porcellini d'india, quaglie, api, cani, un gatto e un tucano. C'è anche un piccolo orto con un po' di spezie e piante medicinali. Completa il quadro una falegnameria, che si colloca tra la casa e il campo da calcio.
Da gennaio la falegnameria è sotto la mia supervisione, nel senso che suor Veronica mi ha passato l'abacaxi (ananas, che qui significa patata bollente) ed ora sono io che seguo i lavori, prendo le ordinazioni, faccio le spese di materiali e legna. Vi lavora Joel, un falegname vero, oltre a me e a due ragazzi: Estevão e Rosinaldo. I due si alternano uno al mattino e uno al pomeriggio mentre io e Joel facciamo tutta la giornata, dalle sette alle cinque di pomeriggio, con un paio d'orette di pausa pranzo (e pisolo, quando ce lo si può permettere).
Chiederete: e tu che ne sai di falegnameria? Tanto per cominciare, quando ero lupetto presi la specialità di "artigiano del legno" e questo basterebbe da solo. Poi, il mio babbo è sempre stato un amante del fai-da-te e qualche gene me lo deve avere passato. E infine, la falegnameria è un'ottima estensione della matematica nella realtà, molto più che l'informatica (che come tutti sapete è una scienza probabilistica: "ci sono x probabilità che questo programma si comporti nel modo previsto").
Appena arrivato a Mauès cominciai un piccolo tirocinio in una falegnameria di un amico, per apprendere i rudimenti dell'arte, e arrivai a produrre un paio di scaffali prima di finire la legna e piallarmi una mano. Il sangue versato, come quello dei martiri, non portò all'abbandono anzi fu fertile concime per una passione che sta crescendo asse dopo asse. Non è certo una professione priva di lacrime, soprattutto quando si vede lo spreco di legna che è quotidiano ogni falegnameria mauesense. Per questo ho cominciato a produrre piccoli oggetti come scatoline, legnetti da gioco, puzzle tridimensionali e ogni altra strana invenzione che permetta di usare gli scarti dei mobili.
La legna usata è prevalentemente maracatiara massiccio (dopo aver imparato i nomi dei frutti ora sto cominciando con la legna, pare ci siano oltre 80 tipi diversi, dai nomi più strani) e la nostra produzione spazia dai letti ai guardaroba, passando da scaffali, sgabelli, panche, casse acustiche e cassettiere. Lavoriamo principalmente su commesse, e la provvidenza fa si che ci sia sempre qualche lavoro da fare, ma senza avere la certezza del domani, così come tutti i brasiliani, del resto. Se qualcuno di voi sta pensando di arredare la casa può contattarci, a patto che sia il proprietario di una ditta di import-export, visto che non ho idea di cosa possa costare il trasporto di mobili fatti di una legna che è più pesante dell'acqua (la cosa mi ha provocato un grande shock, da piccolo avevo imparato il contrario).
Cosa c'entra tutto questo con il fare il missionario? Boh.. a voi le riflessioni, visto che ora sono oltremodo di fretta…


um abraço
Luca

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