Data:
23 marzo
Oggetto: Brasile e brasiliani
carissimi,
chiedo innanzitutto perdono se ancora non ho risposto a chi mi ha scritto,
ma oramai da Maués è impossibile connettersi ad internet. una
volti si riusciva telefonando in interurbana in capitale, ma ora la linea
è peggiorata e non c'è più modo. ora sono a parintins
per il ritiro dei laici e mi sono connesso dopo un mesetto di astinenza, quindi
sono partite le risposte a tutte le mail vecchie, ho scaricato quelle scrittemi
in questo mese ma domani riparto e quindi non ho modo di rispondere subito
a tutti, quindi le risposte arriveranno a fine aprile. fate conto che siano
delle lettere portate da qualche transatlantico.
il mese di febbraio non è
iniziato esattamente nel migliore dei modi: un orso travestito da cane ha
sfondato un cancello di legno che mi è rovinato addosso lasciandomi
mezzo tonto per due settimane. c'è chi dice che fosse dovuto alla testa
vuota che è entrata in risonanza, altri suggeriscono che i due neuroni
non si trovavano più ma l'ipotesi più plausibile è che
non ero più abituato a stare seduto tutto il giorno per 15 giorni di
fila, cioè il periodo del corso per i catechisti indigeni con tema
"la mitologia della creazione per i Sateré-Mawé e
Hyskariana e l'antico testamento". cerchi alla testa a parte, il corso
è stato veramente molto istruttivo, sia per noi "bianchi"
perché ci ha permesso di scoprire di più sulle tradizioni di
questi due popoli indigeni della nostra diocesi, sia per loro perché
la nostra curiosità ha risvegliato in loro un maggior interesse nelle
loro antice tradizioni che pian piano si stanno perdendo. È molto interessante
vedere come la religione cristiana, arrivata qui oltre tre secoli fa con i
primi padri gesuiti, si sia mischiata con i miti indigeni arrivando oggi ad
essere parte integrante del loro credo religioso. Quelli che hanno studiato
lo chiamano "sincretismo religioso".
l'altra metà di febbraio è stata invece tutta occupata dal carnevale, che come forse saprete, qui in Brasile è vissuto in modo leggermente differente. sarebbero solo 4 giorni, è vero, ma con i preparativi prima e la "resaca" dopo, alla fine si porta via un paio di settimane. (resaca è il "dopo festa" quando si è ancora un po' mezzi sbronzi, un po' addormentati e tutti acciaccati). il carnevale potrebbe meritare una mail a parte ma me la riservo per l'anno a venire, per consolarvi però potete guardare qualche foto delle 870 che ho scattato ("ah, le macchine digitali") all'indirizzo http://www.dambros.org/luca/mail/carnaval/index.html
ma passiamo ora a qualche considerazione
più personale, prendendo spunto dalla domanda che il signor Antonio
(l'economo della parrocchia) mi fece qualche giorno fa: "allora, ti piace
il Brasile?". la mia risposa fu "il Brasile si, tantissimo, ma sono
i brasiliani che ancora non riesco a farmi piacere". la parola "ancora"
è perché spero che prima di partire possa aver imparato ad amare
questo popolo che, per il momento, fa di tutto per rendersi insopportabile.
ecco, non voglio scatenare nessun incidente diplomatico con gli eventuali
brasiliani o filo-brasiliani che mi leggono, ma solo esprimere i miei attuali
sentimenti.
presi un po' per volta, nei momenti buoni, i brasiliani sono persone meravigliose.
sanno essere accoglienti in maniera spiazzante rispetto ai nostri standard,
non si arrabbiamo quasi mai, vivono in maniera semplice un sacco di cose che
noi invece complicheremmo in maniera forse esagerata. però ci sono
ancora tante occasioni in cui mi fanno venire i nervi, e per quanto il mio
desiderio sia quello di accogliere le differenze, di essere vicino alle persone,
di "amare" il mio prossimo, mi sento un fuoco dentro che mi rode
lo stomaco e mi fa uscire il fumo dalle orecchie. In questo anno e mezzo almeno
ho imparato a trattenermi, a non manifestare subito tutte le mie idee in maniera
troppo esplosiva o critica, a rimanere in silenzio mentre vorrei controbattere,
dire la mia opinione e giustificare le mie idee.
Una delle cose che più mi fanno impazzire è quell'apparenza
di superficialità con sui sembra che facciano ogni cosa. l'altro giorno
è venuto il ragazzo a tagliare l'erba del giardino con un decespugliatore
a lame (quelli a filo di nylon posso essere utili per dei giardinetti inglesi,
ma in amazzonia serve qualcosa di più efficace) e mi ha abbattuto l'albero
di graviola che aveva piantato mio cugino con gli altri italiani. d'accordo
che non era protetto da paletti vicino al tronco, ma era alto due metri, diamine,
non si poteva scambiarlo per un'erbaccia. quando gliel'ho fatto notare mi
ha risposto "però ho trovato i tuoi stivali". Ma che mi frega
degli stivali! Posso andare in qualsiasi momento a comprarmene un altro paio,
ma l'albero mica mi cresce da un giorno all'altro.
è come se le conseguenze, immediate o più a lungo termine, non
abbiano relazione alcuna con le cose che si stanno facendo. Un giorno è
venuto il sagrestano chiedendo se potevo aiutarlo a riparare un ventilatore
della chiesa. Cos'era successo? Per sistemare un difetto l'aveva preso a martellate
e aveva sfondato l'asse di rotazione delle pale. Inutile chiedere se non ci
aveva pensato prima che picchiando proprio lì avrebbe mosso l'asse.
Non parliamo poi dei risvolti di questo "modo di agire", "cultura",
non saprei come chiamarlo, nelle relazioni uomo-donna
quando una quindicenne
ingravida (o per essere più corretti, viene ingravidata, perché
non è faccia tutto da sola) poi dice "eh, não deu certo"
come se fosse una cosa in cui hanno fatto tutti gli altri e lei era lì
a guardare. Poi piange e si dispera perché magari le toccherà
smettere di studiare, oppure perché la mamma si arrabbierà e
la vorrà mandare fuori di casa (magari la stessa mamma che l'ha mandata
a comprarsi la pillola, ma che non le ha mai spiegato come funzionano le cose
"lì sotto", il ciclo mestruale, i giorni di fertilità,
etc..). e non è certo per mancanza di informazione o di mezzi, perché
scuole, municipi, governo e televisione martellano sull'uso della preservativo
ma evidentemente non è questa la strada, perché se l'albero
si riconosce dai frutti
.
L'altra grande attitudine che è capace di stimolarmi i nervi nel più
profondo dell'animo è quello che noi europei chiameremmo ipocrisia
ma che qui invece è considerata un'attenzione alla persona, una sensibilità
particolare nei confronti dell'altro. Io faccio tutti li sforzi possibili
ma ancora non ci riesco. Quando fai qualcosa di sbagliato nessuno ti corregge,
perché questo ferirebbe il tuo animo, il tuo orgoglio e quindi ti lasciano
fare come vuoi tu anche sapendo che non andrà a buon fine. salvo poi
criticarti dopo, ma con gli altri. Quando chiedi come va, va sempre tutto
bene, tutti amici e contenti, rapporti ottimi, e quando lo chiedono a te e
tu rispondi che le cose non sono così rosee, che ci sono difficoltà
e malintesi ma si cerca di migliorare, poi ti accusano di parlare male della
gente, che i panni sporchi si lavano in casa.
Ma allora cosa vuol dire inculturarsi? Che devo diventare anche io così?
Spero proprio di no, anche perché ci sono cose che ho imparato ad apprezzare,
come per esempio i canti che all'inizio mi sembravano stonati e poco melodiosi,
o come alcuna frutta dal gusto assolutamente imparagonabile ai nostri che
ora adoro, ci sono altre cose che mi sembrano così al di fuori non
solo della mia cultura ma anche di un civile rapporto tra le persone, e che,
da quello che sento ora, non vorrei mai sentirle come mie.
Ripeto, questi sono pensieri dopo un anno e mezzo di vita in Brasile. Può
essere che tra un altro anno e mezzo questi discorsi mi sembreranno sfoghi
di un novellino. E se quando sono partito il mio desiderio era di viaggiare
per andare ad incontrare un altro popolo e imparare ad amarlo, posso dire,
per ora, che è molto più facile amarlo dall'Italia che da qui.
um abraço
Luca
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