Data: martedì 8 ottobre
Oggetto: sono arrivato!

Ciao a tutti brava gente!
Permettetemi questa intrusione nella vostra vita quotidiana (o settimanale, per chi legge la mail con meno frequenza) per raccontarvi un po' delle avventure che possono capitare ad un laico missionario in Amazzonia. Qualche nota tecnica: questa mail dovrebbe arrivarvi attraverso una mailing-list che ho creato per distribuire mie notizie a chi lo desidera, senza dovermi preoccupare di memorizzare e/o aggiungere, modificare, eliminare gli indirizzi di tutti. Voi siete stati iscritti d'ufficio. Ma se per qualche motivo volete annunllare l'iscrizione potete farlo mandando una mail a (indirizzo nascosto non più valido) scrivendo nel corpo della mail (non nell'oggetto)

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nello stesso modo potete iscrivervi da un qualsiasi indirizzo mandando una mail allo stesso indirizzo ma scrivendo nel corpo della mail

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c'è anche un modo per modificare l'indirizzo a cui scrivere ma non me lo ricordo. Annullate l'iscrizione e iscrivetevi con quella nuova.

Passiamo ora a raccontare qualcosina. Partendo dall'inizio, ovvero la settimana prima della partenza. Che a conti fatti è già parte integrante dell'esperienza di missione. Tanto per cominciare ad abituarmi all'assenza dell'acqua calda, la provvidenza ha pensato bene di interrompere il regolare funzionamento dello scaldabagno. Poi è stata la volta della bottiglia di crema di limoncello che è esplosa nel congelatore, inzaccherando pavimento e porta della cucina e incollando lo sportello del frigorifero. Martedì notte una lieta notizia, sono diventato zio. Merito di Michael, e anche un po' di mia sorella Paola. Ho approfittato quindi dell'occasione per fargli visita: ho fatto il passo San Gottardo, perché il tunnel era chiuso, in mezzo ad una tempesta di neve (ah... la neve... mi mancherà), mi sono perso per Lucerna alle 4 di mattina ma vedere quella creaturina e soprattutto sentirla strillare ha ripagato pienamente i 1800km in 20 ore.
Dopo la visita al nipote non avevo praticamente più nulla che mi potesse trattenere, ero cosciente che niente mi avrebbe fermato dal partire: di conseguenza venerdì mattina uno strappo alla schiena mi ha completamente bloccato e sono riuscito a muovermi un attimino solo con l'aiuto di una dose di Voltaren, cerotti antidolorifici e una buona fisioterapista. Il week-end è stato clemente, e lunedì pomeriggio sono partito alla volta di Malpensa (già, perché l'agenzia di viaggi si era sbagliata e non mi aveva fatto il biglietto da Linate) con i miei tre bagagli: il mio fedele zaino, una valigia presa dai miei e un'altra splendida, vecchia valigia da emigrante: in cartone verde con gli spigoli in ferro, chiusa con tre giri di spago grosso. Con quella in mano sarei andato dappertutto.
Arrivato in aeroporto mi dirigo al banco AirFrance dove mi accoglie una splendida hostess avvisandomi che il volo per Parigi è in ritardo di un'ora e quindi non sarei riuscito a prendere la coincidenza per San Paolo. Quindi mi dirottavano su un volo Alitalia. Cambio sportello di check-in e carico la mia mercanzia sul nastro: 68kg tondi tondi. La check-inista digita un po' sul terminale e poi mi dice che sul volo per Parigi posso portare solo due bagagli. Senza farmi prendere dal panico intavolo una trattativa che mi porta alla biglietteria Sea dove mi dicono che il limite è 64kg indipendentemente dal numero di colli, dovrei quindi pagare la differenza di peso (4 euro al kg). Torno al banco di check-in dove riapro il dialogo, sempre costruttivo, con la check-inista che insiste sul fatto dei due colli. Mi rassegno e, aiutato da amici e famigliari, spacchetto e apro due bagagli per riuscire a compattare il più possibile in uno solo. Senza pudore vedo volare magliette e mutande da una parte all'altra, mentre ci si ingegna per utilizzare tutti gli spazi vuoti del mio bagaglio, compresa la custodia della chitarra. Alla fine, fatta raggiungere allo zaino una densità prossima al'uranio, decidiamo di chiudere il bagaglio. Rimangono fuori due bottiglie di vino, un sacchetto di regali datomi da portare giù e i due raccoglitori con la carta da lettere, quindi non abbiatene a male se non vi scriverò.
Riprovo allora a fare il check-in: 54kg. Però lo zaino non lo prende perché deve essere portato all'accettazione bagagli ingombranti. Alla fine, davanti ai controlli di ingresso per gli imbarchi, mi trovo a salutare tutti quanti ma il cinema fatto nelle due ore precedenti un po' ha stemperato l'atmosfera triste della partenza. Ma ancora non era finita... Dopo il serpentone della coda passo per il metal detector che squilla per la ginocchiera, poco male, ma quando lo zainetto esce dal nastro a raggi x un poliziotto mi apostrofa: "ha un cacciavite?". Io cado un po' dal pero.. è vero che nello zainetto c'è di tutto, ma cacciaviti non mi pare. Lui non mi crede, mi mostra una cosa sottile e lunga nel monitor e mi fa svuotare tutto. Spargo sul tavolo libri, palline da giocoliere, un paio di scarpe, un lettore cd-mp3 (grazie Nik!), delle pile ricaricabili, ma di caccaviti ancora nulla. Poi tiro fuori l'armonica: sarà lei? "No, è un cacciavite", risponde ancora il poliziotto. Continuo nello svuotamente mentre il tavolo è oramai quasi pieno. Escono monete, graffette, occhiali, delle mini casse acustiche, e infine l'arma del delitto: un diapason! Rassegnato il poliziotto mi fa rimpacchettare tutto mentre un collega lo deride. Finito il mio spettacolo risaluto l'ultima volta tutti e mi dirigo
all'imbarco. Sull'aereo mi addormento prima del decollo. A Parigi attraverso di corsa l'aeroporto per riaddormentarmi sull'aereo che mi porterà in Brasile.
A San Paolo ritiro i bagagli e rifaccio il check-in per Manaus, la capitale dell'Amazonas, scoprendo con mia grande piacere che il viaggio lo farò in classe executive. Si vede che una provvidenza esiste! I sedili sono immensi e si inclinano tantissimo. Infine, dopo 22 ore di viaggio arrivo a Manaus alle 14 locali. La temperatura è abominevolmente alta, l'umidità è solo il 50% perché siamo ancora nella stagione secca. I primi giorni sono tutto sballato dal fuso orario ma ne approfitto per recuperare un po' di sonno arretrato. Nell'attesa di scoprire dove studierò il portoghese sbrigo le pratiche burocratiche come straniero: in polizia federale faccio la domanda del permesso di soggiorno e della carta d'identità brasiliana: mi prendono per due volte le impronte di tutte e dieci le dita. Ho fatto anche la traduzione della patente così posso lanciarmi nel far-west delle strade della capitale, sebbene per uno che è abituato a Milano in un piovoso giorno di sciopero dei mezzi pubblici qui sembra di essere in un paesello di campagna. Oggi sono riuscito a parlare col mio vescovo e abbiamo quasi definito la questione portoghese, dovrei passare uno o due mesi qui in Manaus facendo 3 giorni alla settimana con un professore e mi toccherà studiare perché non c'è molto altro da fare, e prima imparo, prima potrò cominciare ad inserirmi nel progetto.

Nel frattempo vi saluto tutti con un grande abbraccio
Lucas

PS: non rispondete ne scrivete a (indirizzo nascosto non più valido) perché:
1) a me non arriva niente
2) quello che scrivete arriva a tutti gli iscritti alla mailing-list mi potete contattare al solito indirizzo micro@comedia.it