Racconti dall'Amazzonia
(qui le foto)
mercoledì
13 febbraio 2002 11:14
Eccomi a voi!
Neppure la foresta amazzonica riesce a farmi sparire completamente. Almeno
per ora... Qui a Manaus, capitale dello stato Amazonas, anche se in questa
stagione non è possibile giungervi tramite strade (solo barca e aereo)
ci sono un sacco di telefonini, McDonald's e computer con l'accesso ad Internet.
Solo 3 reais all'ora (2400 lire).
L'accoglienza è stata fin troppo calorosa. Certamente dal punto di
vista climatico (appena fuori dall'aereo sembrava di essere finiti sotto un
gigantesco asciugamani ad aria calda stile autogrill) ma anche dal punto di
vista umano.
Sono ospite nella casa regionale del Pime, un posto super-lusso. C'è
la tv via satellite (in realtà è l'unico modo per vedere la
tv) e oggi ci siamo guardati la partita della nazionale. Una cucina gigante
con ben 3 (tre!) frigoriferi sempre pieni di succhi di frutta strani e qualche
giornale italiano semi-recente. C'è addirittura l'acqua calda (non
che si usi un granché) e il letti coi materassi. Le zanzare agiscono
con moderazione. Un po' una camera iperbarica prima di immergersi in foresta...
Ieri sera mi hanno portato al sambòdromo per gli ultimi strascichi
del carnevale, che qui si chiama Carna Boi, anche se in realtà si continuerà
a festeggiare per un po'. Pensate che stamattina (mercoledì delle ceneri)
è ancora festa, visto che comunque nessuno andrebbe a lavorare perché
deve riprendersi dalle notti di ballo. Toglietegli tutto ai brasiliani, scuola,
cibo, corrente elettrica, ma non toccategli il carnevale!
La vita per il momento rimane ancora molto 'cittadina' perché la partenza
per l'interno sarà a fine settimana. Nel frattemo (chiusure da festa
permettendo) si fanno un po'di spese per la scuola agricola: semi, pulcini,
cancelleria. C'è da riparare un generatore e farsi costruire la nuova
cisterna per il ghiaccio. Il tutto con la classica (e un po' irritante per
noi europei super-efficienti) calma brasiliana. Avranno mica ragione loro?
giovedì
21 febbraio 2002 17:50
Maravilhoso!
o, come si dice in italiano, meraviglioso! questo è il terzo giorno
a Parintins, piccola cittadina di 60.000 abitanti su un'isola del Rio delle
Amazzoni. Gli unici mezzi per arrivarci sono aereo e barca. Decisamente più
rurale di Manaus (la capitale) è piena di un sacco di cose: verde,
bambini, biciclette...
L'aeroporto è più piccolo della bocciofila del nostro oratorio
e questo permette di controllare il proprio bagaglio da quando esce dall'aereo
(si vede dalla finestra) a quando lo mettono sul muretto della sala di aspetto
(120m di tragitto, massimo!). Per questi giorni sono ospitato nella casa Padre
Vittorio, una specie di ambulatorio-laboratorio gestito dai fratelli laici
del Pime. La mattina apre alle 6.30 ma già dalle 5 comincia a radunarsi
la gente. Fratel Silvio, a Parintins da 2 anni, coordina un po' il tutto.
Da lunedì ha cominciato a lavorare anche Paolo, medico, che con Stefania
(sposati nel maggio scorso) ha iniziato da poco i 3 anni di progetto ALP.
Ciccio, napoletano purosangue, è qui in formazione e sa fare di tutto:
domenica sera ha preparato una cena di pregio, con una pizzaiola di manzo
veramente gustosa. Con la stessa disinvoltura dirige i lavori di muratura
per la nuova parte della casa e assieme abbiamo montato il tetto di lamiera
sopra i bagni appena costruiti.
Domenica sera, come dicevo, c'è stata una grande cena per il compleanno
di uno del fratelli laici (85 anni, di cui 30 qui in Brasile). È venuto
anche il vescovo e altri italiani presenti in città, tra questi tale
Mario, arrivato come volontario laico negli anni 60, ora sposato con una brasiliana
e proprietario di una falegnameria, che ho scoperto essere il fratello del
don Angelo, coadiutore per 19 anni nell'oratorio di Cernusco, partito 8 anni
fa per lo Zambia, nella stessa diocesi con don Olinto, nostro indimenticabile
assistente scout a Pioltello. Oramai non ci si può più meravigliare
di nulla... Come contributo alla cena ho aperto la bottiglia di Gotturnio,
ultimo legame alimentare con l'Italia che mi rimaneva. In compenso sto scoprendo
tutta una serie di succhi di frutta dai nomi più strani ma soprattutto
dai gusti più variabili: da quello che sembra una spremuta di ciliege
(buonissimo, il frutto si chiama acerola) a quello con un retrogusto di formaggio.
La popolosità
della città è abbastanza evidente. Le strade del centro brulicano
di gente che combina affari, compra e vende ogni tipo di merce, trasporta
cose, passeggia o semplicemente sta seduta davanti a casa a guardare cosa
accade nella via e a chiacchierare coi vicini. Nelle zone un po'più
periferiche sono i bambini a fare da padroni. Scalzi, o al massimo con le
ciabatte infradito, con dei vestitini consumati che testimoniano una vita
all'aperto piena di avventure, corrono, giocano a calcio, fanno volare gli
aquiloni e quando mi vedono passare mi fissano interrogativi e rispondo con
dei sorrisi giganti alle smorfie.
Martedì mattina è iniziata la due giorni di riunione dell'equipe
pastorale indigena, a cui sono stato invitato anch'io, come possibile futuro
membro, in cui si discute di progetti pastorali e come attivarli nella realtà
indigena, di come lavorare in un'inculturazione che rispetti le tradizioni
locali e delle difficoltà che la chiesa cattolica sta incontrando nel
suo lavoro a favore dei più poveri che però vivono su una terra
ricchissima di risorse. Chiaramente tutto quanto in portoghese, per cui faccio
una fatica bestia a mantenere l'attenzione per tutto il giorno e ogni tanto
mi metto a giocare con Denilson, il "figlio" di padre Marco, un
bambino indio che è stato trovato un anno fa, ferito e abbandonato,
e che, dopo essere stato curato e affidato ad una comunità indigena,
tre giorni fa è stato messo sul barco di padre Marco perchè
nessuno poteva più occuparsene.
La sera fa buio verso le sei e mezza, si cena verso le otto e dopo sono talmente
stanco che mi trascino in camera con giusto la forza per tirarmi sull'amaca
e addormentarmi di botto. Nonostante sia ancora un po' impacciato nel dormire
a penzoloni su un rettangolo di stoffa, non sono ancora caduto durante la
notte, o almeno, al mattino mi sveglio sempre nello stesso posto. Se cado
e torno su sonnanbulo non saprei dirlo.
I progetti dei prossimi giorni prevedono un'immersione ancora più addentro
la foresta amazzonica. Da qui dovremmo partire verso fine settimana
per Barrerinha (5 ore di barca) e da lì per la scuola agricola San
Pedro (8 ore), che ha iniziato l'anno scolastico sabato scorso. Un paio di
giorni di pausa e quindi visita a qualche comunità indigena lungo il
fiume. Poi ritorno a Parintins da cui potrò farmi vivo di nuovo.
un grande abbraccio
Luca
domenica 3 marzo 2002
17:50
rieccomi a voi!
sono arrivato oggi a Barrerinha, la cittadina più vicina all'area indigena
Sateré-Maué, dove sono stato tutta la settimana. Che posso dire?
Ci sarebbero un sacco di cose da raccontare. Allora (per chi può) mettetevi
comodi che di tempo qui ne ho abbastanza e quindi scrivo tutto quello che
posso. Provo a dividerlo in argomenti, così ciascuno legge quello che
più gli aggrada.
-Riassunto di cosa ho fatto-
Questa settimana ho visitato l'area indigena Sateré-Maué
nella parte che si affaccia sul Rio Andirá. I primi giorni sono stato
alla scuola agricola São Pedro: ha due classi equivalenti alla terza
e alla quarta elementare, al mattino viene fatta lezione di un po' di tutto,
dal portoghese al sateré, dalla matematica alla geografia. Il pomeriggio
viene dedicato ai lavori di zootecnia. Lunedì pomeriggio sono poi partito
con padre Marco per visitare alcune comunità indigene. La visita prevede
l'arrivo nel pomeriggio, un po' di saluti, la sera dopo cena la preghiera
comunitaria e le confessioni per chi lo desidera, al mattina la celebrazione
della S.Messa e poi l'incontro con la comunità per discutere di problemi
e novità. La nostra casa era il barco, dove mangiavamo (piccola cucina
a poppa), ci lavavamo (piccolo bagno oppure fiume) e dormivamo (con le amàche).
-Acqua-
ho visto tanta di quell'acqua dolce che mi esce oramai da tutte le parti.
il che è vero perchè con 35 gradi e 90% di umidità (documentati:
ho una foto dell'umiditómetro) si suda anche solo respirando. anche
farsi la doccia è inutile perchè lo sforzo che si fa per asciugarsi
da un lato fa sudare l'altro. Qui piove tutti i giorni: prima si vedono i
nuvoloni che si avvicinano, poi si sente il rumore e quindi la si vede arrivare
man mano. Poi dopo 10 minuti smette, ma crea fiumiciattoli e fango in quantità.
Stamattina invece è durata circa sei ore, con un vento che faceva ballare
il barco e di conseguenza le amache dondolavano parecchio (ho tirato certe
botte sulle pareti).
In
compenso l'acqua da bere è un bene un po' più prezioso. Una
bottiglia di "San Pellegrino" da 750ml costa circa 5 euro. (un litro
di benzina 0.62 e un litro di caxaça (grappa) 0.82). Gli indios bevono
quella del fiume, ma se ci si azzarda a farlo noi bianchi son dolori. O meglio,
dolori forse no, ma corse rapide rapide sicuramente. Vedi poi la sezione 'animaletti'.
Ieri sera, sul barco, abbiamo finito la boccia di acqua buona e quindi abbiamo
preso quella del fiume. Filtrata e disinfettata. Ancora non si presentano
alterazioni intestinali.
L'acqua del Rio Andirà sembra coca-cola. Ma non perché è
fangosa, ma perché è proprio colorata così. Quando si
nuota non si vede oltre 30 cm e non si capisce mai se si è tirato lo
sciaquone quando si esce dal bagno. La cosa più impressionante è
quando si mette su la pentola per la pasta: sembra di cuocerla nel brodo.
In compenso la sera, quando il Rio è tranquillo, sembra uno specchio
e si fatica a distinguere il punto in cui finisce l'acqua e iniziano gli alberi.
-Animaletti-
grande rassegna: alla scuola agricola abbiamo galline, maiali, oche,
anatre, mucche, conigli e un asino. Di più folcloristici ci sono i
delfini di fiume grigi e rosa ai pappagalli verdi e rossi fino alle scimmie
grige e nere. Ma quelli che mi porterò dentro sono gli ossiúri,
piccoli vermicelli che dimorano nell'intestino (vengono quando si beve acqua
strana) e i mucuì, piccoli e quasi invisibili, che ti saltano addosso
dall'erba, risalgono le gambe e quando trovano un posto comodo si infilano
sotto la pelle e ci fanno la casetta per viverci in pace. Fortunatamente (per
noi) il nostro derma è diverso da quello delle mucche e quindi dopo
circa 3 giorni muoiono. Quindi mi porto a spasso i cadaveri di mucuì
fino a che non cambio pelle. Piranha ne ho visti solo imbalsamati, di coccodrilli
ce n'era qualche pezzo al mercato del pesce.
-Scuola Agricola São Pedro-
sperduta in mezzo alla giungla, raggiungibile solo con la radio e con
la barca (6 ore col barco, un'ora con la lancia da 90 cavalli; le ore raddoppiano
con la stagione secca) è effettivamente un posto che mette alla prova.
Quest'anno ci sono 54 allievi e le lezioni sono iniziate questa settimana.
Oltre alla formazione basica (terza e quarta serie) si insegna a coltivare
e ad allevare. Il pomeriggio si fa pratica curando le attività della
scuola. C'é un'orto con un po' di verdure, fatto a cassette sospese
altrimenti gli insetti si mangiano tutto, ci sono alcune piantagioni di mandioca
(l'alimento base della dieta indigena, come il nostro grano), di ananas, di
canna da zucchero e un vivaio di altri alberelli dai nomi esotici. Un po'
lontano dalle aule e dai dormitori c'é la casetta dei maiali (in realtà
assolutamente pulita), il recino per le galline e per i pulcini e il laghetto
per oche e anatre e un po' di gabbiette per i conigli. Avevano anche una trentina
di mucche da corte che sono appena state vendute perché i pascoli si
stavano inaridendo. Coi soldi guadagnati verranno comprate delle altre mucche,
ma da latte, appena l'erba sarà ricresciuta un
po'.
C'è anche un asino che viene usato per tirare un carretto. La corrente
elettrica c'è solo la sera, dalle cinque e mezza alle nove, quando
si accende il generatore. In quel momento viene anche pompata l'acqua dal
rio alle casse (12.000 litri) che in cima alla torretta fungono da acquedotto.
Quando qualcuno si dimentica il rubinetto aperto si rimane tutti senz'acqua.
L'acqua da bere viene presa da una fonte vicino al laghetto delle oche ma
si sta vagliando l'ipotesi di scavare un pozzo da 40 metri. Ci sono anche
due impianti a pannelli solari che ricaricano delle batterie da 12 volt che
sono usate nelle camere dei reponsabili per accendersi qualche lampadina la
sera e per la radio che giornalmente comunica con l'ufficio di appoggio a
Barrerinha.
Gli edifici della scuola, oltre ai due di aula (un tetto, un muretto basso
in cemento, una lavagna e qualche banco un po' sgangherato), comprendono una
cucina (forno e fornelli a legna!) con refettorio (un tetto, un muretto basso
in cemento, panche e tavoli), due dormitori (un tetto, un muretto basso in
cemento e tante amache appese tra i lati e la trave centrale), una chiesetta
e altre due casette con le stanze per noi grandi. Stanno terminando ora un
terzo dormitorio e la nuova cucina-refettorio mentre la nuova chiesetta è
appena stata finita.
La sveglia è alle cinque e mezza. Ancora un po' buio, si porta da mangiare
agli animali, quindi alle sei c'è la colazione e alle sette si iniziano
le lezioni. Intervallo alle dieci e a mezzogiorno meno un quarto il pranzo.
Dalle due alle quattro e mezza c'è il lavoro con gli animali e nei
campi. Dopo la merenda un po' di tempo per lo studio, alle cinque e mezza
di accende il generatore e il televisore. Alle sei la cena, alle nove si spegne
il generatore e quindi cala il buio più assoluto, fatta eccezione per
la luna, quando c'è.
Il
lavoro del pomeriggio serve sia per fare pratica sia per contribuire alle
spese della scuola che tra manutenzioni, stipendi e cibo fa circa 145 milioni
all'anno. Ai genitori che possono è chiesto un contributo che spessoè
in natura: farinha di mandioca, açai, animali. Dai lavori pomeridiani
si producono soprattutto alimenti per il consumo interno (carne, uova, frutta
e farina) e sono qualcosa è venduto per ricavarne soldi per comprare
altro mangiare. Una piccola parte delle spese è supportata dalla prefettura
(municipio), qualcosa dalla diocesi ma la maggior parte viene dalle offerte
che arrivano dall'Italia. Il problema è che in questo modo il giorno
che i missionari scompaiono anche la scuola finirà, e i brasiliani
non sono sempre ottimi amministratori (l'ultimo direttore della scuola è
stato cacciato per aver fatto sparire un sacco di soldi...). Ci sono in ballo
tanti nuovi progetti, dalla riunione che è stata fatta con tutti i
tuxawa e i genitori degli alunni è emerso che i sateré voglio
questa scuola, anzi la vorrebbero più capiente e più estesa
come formazione. Vedremo come la provvidenza saprà supportare il lavoro
che stiamo portando avanti.
Dimenticavo una cosa importantissima: il campo da calcio! Ottimamente curato,
è usato quotidianamente, sopratutto nella pausa dopo pranzo, cioè
quando il sole è più caldo e più a picco. Si gioca a
piedi nudi o con le scarpette coi tacchetti indifferentemente (ma la cosa
più interessante è che lo fanno contemporaneamente) e qualcuno
pure coi parastinchi (senza scarpe ne calze).
-Comunità indigene-
è il modello abitativo degli indios. Non fate gli europei pieni
di pregiudzi che pensano a capanne di fango e paglia con uomini nudi e pitturati
che accendono il fuoco con i bastoncini! Sono un insieme di famiglie che vivono
in capanne di fango e paglia intrecciata (molto più funzionali e sopratutto
fresche delle case di cemento e lamiera), girano vestiti (beh, quasi... chiamare
vestiti certi fazzoletti che hanno addosso le donne è un eufemismo)
e accendo il fuoco con dei bastoncini di legno con lo zolfo in cima (chiamanti
anche fiammiferi). A parte questa presentazione folcloristica, devo sfatare
il mito che gli indios, almeno i Sateré, vivano ancora in modo, come
dire "selvaggio".
Le comuntà sono un insieme di famiglie che vivono vicine, come fosse
un piccolo paesello di montagna, ma proprio piccolo piccolo perché
la comunità più grande è di 500 abitanti mentre la media
è un centinaio. Tutte si affacciano sul Rio Andirà, uno degli
affluenti del Rio delle Amazzoni che nonostante i suoi 150km (come da Milano
a Verona) non trovate sulle cartine. La vita è molto spartana, ma non
per questo triste. I bambini (a mucchi) si divertono come matti con poco.
L'alimentazione principale è la farinha, derivata dalla mandioca, un
tubero tipico dell'Amazzonia: è come un semolino giallo dai grani grossi,
e viene aggiunto a tutti i piatti per fare volume. L'altro alimento sempre
presente è il riso. Ogni tanto si cucina qualche pollo ma sono sempre
abbastanza magri. Altra carne pregiata è la scimmia, che fa da animale
da giardino fino a quando non la si mette in pentola. Le case sono di legno,
fango e foglie di palma intrecciate, e permettono di mantenere una temperatura
accettabile anche quando fuori il sole martella a più non posso. Viene
costruita una struttura portante con dei pali di legno, quindi con il fango
si formano dei mattoncini che vengono incastrati tra i pali e fatti asciugare.
Il tetto è frutto di un lavoro certosino: delle foglie di un certo
tipo di palma vengono intrecciate tra loro e formano dei pannelli che sono
legati tra loro e, se fatti bene, durano fino a dieci anni sotto pioggia e
sole amazzonici. La casa in genere è fatta dalla cucina e da una stanzona
grande dove di dorme appendendo le amache tra un palo e l'altro. In genere
non ci si sta mai se non quando piove perché la vita si svolge tutta
fuori. Il capo della comunità è il Tuxawa (leggi tusciáua),
carica che viene tramandata da padre in figlio. Altre figure sono il Capatais
(vice-tuxawa), il Capitão, il professore e nelle comunità cristiane
anche il catechista, l'animatore e il responsabile del culto.
Le visite dei padri sono parecchio rare, una volta ogni tre mesi o più,
perché sul Rio Andirà ci sono 45 comunità e al momento
ad occuparsi della pastorale indigena c'è solo padre Marco, che contemporaneamente
deve occuparsi anche della scuola. La visita alla comunità inizia dall'attracco
del barco: sono già tutti pronti ad aspettare perché ne sentono
il rumore ben prima di vederlo. Come da antica tradizione si viene accolti
con il coretto che canta, magari vestiti bene, e poi si va nella chiesetta
per dire una preghiera e salutare la comuntà. Un po' di chiacchiere,
qualche gioco con i bambini che sembrano non finire mai le energie e ti seguono
fin dentro il barco, pronti a scappare appena li si guarda ma altrettanto
collosi da non andarsene mai via. Tanto in casa mica devono tornare. Ci si
lava, magari tuffandosi nel rio, seguiti dai bambini che, lanciati i vestiti
sulla sponda si esibiscono acrobazie e tuffi dal barco. Il sole, il colore
da coca-cola e la pelle scura degli indios dà ai bambini un effetto
smaltato quando escono dall'acqua. Dopo cena, verso le sette, sette e mezza,
ci si ritrova nella chiesetta per la preghiera della sera, mentre il padre
rimane fuori per le confessioni. Al mattino si celebra la Santa Messa, in
portoghese, con qualche volta la traduzione della predica in sateré
da parte di un catechista. Dopo ci si riunisce nel capannone del tuxawa per
discutere dei problemi della comunità, della scuola per i ragazzi,
e di tante altre cose più o meno importanti. In questo giro abbiamo
presentato la campagna di fraternità di quest'anno che come tema ha
proprio i popoli indigeni. (La campagna di fraternità è il tema
preparato dalla conferenza episcopale brasiliana per il cammino pastorale
dell'anno). Finito il pranzo, se possibile, ci si concede un po' di riposo
e quindi dopo i saluti si parte per un'altra comunità.
-Telefono-
voi pensavate di rimanere isolati in mezzo alla giungla? Illusi! In una
comunità, appena di fianco alla chiesa, c'è una giantesca parabola,
un paio di pannelli solari e a un paio di metri di distanza: una cabina telefonica!
A Barrerinha ci sono ancora molte strade solo di terra. Quando piove (come
oggi) si forma un fango che incolla le scarpe a terra, e quando si riesce
a staccarle per camminare si forma uno zoccolo da un centimetro ogni passo.
Però in compenso c'è un'antenna per i telefonini che sarà
alta 90 metri, più del triplo degli alberi più alti intorno.
-Lingua Sateré-
deriva dal Tupí-Guaraní ed è una cosa semplicemente
assurda. L'ideale per chi odia la matematica, ha solo i numeri uno, due e
tre (dopo c'è "molto"),è un insieme di suoni che talvolta
in italiano non esistono. Non esiste una letteratura, anche perché
esiste una forma scritta della lingua solo da poco, quando qualche linguista
(bianco) ha cercato di inventarsi un modo per scriverla. Al momento esistono
due modi per farlo, e chiaramente non sono compatibili tra loro. Vi scrivo
un esempio (una preghiera prima di mangiare): ui hüwa en Tupana torania
uiwÿria'in uruka'iwat etihüva meikowat mi'u urumi'u wuat. Tutto
chiaro, no?
Per ora non esistono traduzioni della Bibbia o del Vangelo in sateré,
anche perché tante parole non esistono. Per sempio come si può
tradurre la parabola del ricco epulone quando in sateré non solo non
esiste la parola"ricco" ma neanche c'è il significato, perchè
nelle comunità non esistono i ricchi e i poveri (almeno una volta,
ora si sta un po' differenziando).
Questo è uno dei grossi ostacoli che ancora limitano una pastorale
indigiena realmente efficiente. Dei canti in portoghese i bambini imparano
a memoria solo il suono perché non sanno cosa dicono e spesso durante
le Messe il celebrante celebra e si risponde da solo perché nessuno
sa a che punto si è e cosa bisogna rispondere. Esattamente come quando
si celebrava solo in latino e la gente non capiva nulla. Un'altra grande limitazione
è che missionari che lavorano nell'area non parlano sateré perché
non esiste ancora una grammatica ne una scuola dove studiarlo. Si capisce
qualche parola dai discorsi e poi si estrapola un po' il significato ma parlarlo,
ragazzi, è tutto un altro discorso! Per il momento ci si limita ai
saluti e qualche piccola espressione (in piedi, seduti, come va, tutto bene...)
qesto è quanto mi viene in mente. spero di non avervi portato via troppo tempo, ma lo farò di certo quando potrò raccontarlo di persona... sperando che le foto siano venute
vi saluto con un grande abbraccio
Lucas